SEDE PERMANENTE:

 

Spazio E

Alzaia Naviglio Grande, 4  MILANO

Indicativamente, quando ci sono mostre in corso: aperto dal mercoledi al sabato ore 15-19

Domenica ore 11 -19

Ingresso Libero. 

tel. 02.58.10.98.43

 

 

Per informazioni mostre e artisti:

galleria.zamenhof@gmail.com

 

Per acquistare opere degli artisti trattati: cell. 333.80.322.46

 

SEDI ESPOSITIVE CONSOCIATE:

 

Spazio Libero 8

Alzaia Naviglio Pavese,8 - MILANO

 

MUEF Art Gallery

via Angelo Poliziano, 78b - ROMA

 

Galleria del Rivellino

via Baruffaldi, 6 - FERRARA

 

Galleria ItinerArte

Rio Terà della Carità -1046 Dorsoduro  - VENEZIA

 

ZAMENHOF ART in 3 punti e poche parole

 

1. Dal 1998 ad oggi Zamenhof Art ha organizzato oltre 400 mostre a Milano, Roma, Napoli, Torino, Venezia,  Ferrara, Piacenza, Lecce e in tutta Italia e realizzato circa 150 cataloghi d'arte, una decina dei quali con l'Editoriale Giorgio Mondadori.

 

2. Gli spazi gestiti in permanenza, dal 1998 ad oggi, a Milano, sono stati : la Basilica di S. Celso (1999-2002), l'Atelier Chagall (2003-2013), la Galleria Mirò (2005/2006), la Galleria Zamenhof (2008-2013), lo Spazio E (dal 2013). A Torino: la Galleria20 (2013/2014). A Ferrara, 2015-2016 la Camel Home Gallery.

 

3. Tra gli spazi più prestigiosi che hanno ospitato mostre e progetti Zamenhof Art, nel corso degli anni, ricordiamo: Castel dell'Ovo a Napoli (2016), Palazzo Racchetta a Ferrara (2010-2015), Palazzo Zenobio a Venezia (2012), Castello di Carlo V a Lecce (2010, 2011, 2012), Castello Estense di Ferrara (2010), Pinacoteca Civica e Palazzina Liberty di Imperia (2009), Castello Malaspina di Massa (2010), Palazzo Guidobono a Tortona (2012)

 

Pur avendo talvolta (raramente) realizzato mostre o cataloghi di artisti storici o storicizzati (come ad esempio Mario Schifano o Riccardo Licata), l'attività di Zamenhof Art è rivolta principalmente alla promozione di artisti giovani o comunque emergenti, out-siders, selezionati sulla base della qualità e dell'originalità, senza nessuna indulgenza a fenomeni di moda, a ragioni di censo o a clientelismi: artisti che siano capaci di coniugare perizia di esecuzione tecnica e freschezza di idee, tradizione e avanguardia, radici culturali e originalità.

 

UN'IDEA DIARTE CONTEMPORANEA CHIAMATA "ZAMENHOF ART"

 

" Il tempo delle Avanguardie è finito. Si è aperto con l’Impressionismo e si è chiuso con la Transavanguardia. Per oltre un secolo ogni nuova generazione di artisti ha cercato di smarcarsi dalla generazione precedente proponendo una nuova, differente idea di arte contemporanea. Ora tutto questo sembra non funzionare più. Il meccanismo pare inceppato. A partire dal discorso generazionale.

 

Il progetto espositivo ed editoriale che da anni risponde al nome di “Zamenhof Art” mette in luce proprio ciò, presentando, di volta in volta, in contesti diversi e con diversi abbinamenti e articolazioni, una nuova ‘generazione’ di artisti che anzichè inseguire il nuovo a tutti i costi, rinnegando il lascito delle generazioni precedenti, cerca piuttosto di definire un linguaggio comune per l’arte contemporanea, una sorta di “koinè”, facendo tesoro delle ‘invenzioni’ delle Avanguardie, attraverso un paziente, complesso, raffinato processo di sintesi e contaminazioni.
E una prova lampante che un certo ‘meccanismo’ sia saltato balena agli occhi di tutti se si sofferma l’attenzione, senza pregiudizi ideologici, su di un fatto concreto, tangibile, facilmente riscontrabile: da molti anni ormai si è annullato un qualsiasi significativo ‘scarto generazionale’. Non a caso nel selezionare opere e artisti per questo progetto che in definitiva mira a definire al meglio che cosa si intenda per ‘Post-Avanguardia’ si è dovuto sempre necessariamente prescindere da vincoli generazionali. 

 

Per la prima volta, da oltre un secolo a questa parte, artisti di tre generazioni differenti stanno uno accanto all’altro e parlano (più o meno) la stessa lingua. E ad ascoltarla con attenzione ci suona come una lingua nuova e antica allo stesso tempo: inaudita eppure riconoscibile. Originale ma decifrabile". (V.P.)

MUEF Art Gallery

Roma, via Angelo Poliziano, 78b

Qui di seguito Locandine, Testi introduttivi e Foto di allestimenti e vernissage delle mostre curate da Virgilio Patarini, organizzate da Zamenhof Art e ospitate alla Muef Art Gallery di Roma nella stagione 2015/2016

SILVIO NATALI, A modo mio. Dal 5 all'11 novembre 2015

Nota critica introduttiva: Silvio Natali idealmente tra Leonardo e Keith Haring

Silvio Natali nelle sue tele variopinte e corsive coniuga il magistero di Leonardo Da Vinci con le suggestioni di Keith Haring. Sulla scorta dell’insegnamento del sommo toscano, infatti, l’artista marchigiano pone con decisione e consapevolezza il disegno alla base delle sue composizioni: un segno tanto rapido, corsivo, quanto sintetico e controllato, che definisce e circoscrive ogni elemento figurativo secondo linee essenziali, di vaga ispirazione fumettistica e pop. Dal fumetto la pittura di Natali attinge la stilizzazione del disegno e la resa immediata delle figure e dei paesaggi; dall’immaginario pop un certo gusto spiccato per i colori eccessivi, sgargianti, virati in tonalità spiazzanti, per gli accostamenti acidi e per una stesura del colore ‘à plat’ in ampie o minute porzioni di tela. E poi c’è una sorta di ‘horror vacui’, un bisogno profondo e viscerale, irrefrenabile, di riempire di segni, disegni guizzanti e colorati, ogni spazio libero dalla superficie, che porta l’artista di Corridonia a vergare arabeschi in ogni porzione di tela lasciata libera dalle masse delle figure e degli elementi principali della composizione. Balza all’occhio nella fattispecie la similitudine con la proliferazione di omini e ghirigori sulle tele di Keith Haring. Si crea in definitiva un rapporto dinamico e dialettico, sul piano visivo, tra colore piatto e disegno corsivo. Forse si tratta di un rapporto di tipo ‘ritmico-musicale’ che guida la percezione dell’opera: lo sguardo accelera nel seguire le volute nervose, rapide e decorative del disegno, e rallenta, fa una pausa, quando si posa sulle ampie, riposanti campiture di colore piatto. In questo il fruitore è portato a seguire passo passo il ritmo che l’artista ha a sua volta seguito nell’esecuzione dell’opera, e con l’artista, col flusso inquieto e imprevedibile dei suoi pensieri, col suo respiro, con la danza della sua mano sulla tela, entra in empatica sintonia.

Virgilio Patarini

 (Da “Post-Avanguardia”, a cura di V. Patarini e P. Levi, Ed.Mondadori, 2010)

 

Hanno scritto di lui (stralci di rassegna critica)

“Silvio Natali si presenta da oltre trent'anni sulla scena dell'Arte con una personalità evidente che si realizza con una pittura di studiata originalità che riduce in composizioni di respiro gli incontri tra le suggestioni del reale e gli spazi di una fantasia che vibra a mezzo ditasselli colorati, riportandoci a un'idea generale certo non comune”.

Raffaele De Grada

“Egli crea la sua opera ponendo attenzione al minimo dettaglio, con una sorta di horror vacui, la compone come fosse un mosaico di segni, tutti carichi di significato. Anche il titolo è sempre simbolico, parte integrante della rappresentazione. La sua arte porta con sé un monito verso una realtà troppo spesso inerme e succube del moderno, dove pochi alzano lo sguardo brillando di luce propria, perché i tanti si confondono tra la folla”.

Vittorio Sgarbi

 

Nota biografica

Silvio Natali (Corridonia, 1943), laureato in Medicina, pittore  autodidatta, dagli anni settanta espone in mostre personali e collettive. Tra le moltissime esposizioni personali, in Italia e all’estero, sono da ricordare quelle a Palazzo Massari a Ferrara (1997), alla Galleria “La Telaccia” a Torino (1999), nella Sede Municipale delle Associazioni Regionali a Milano (1999), nel Circolo Ufficiali di Castelvecchio a Verona (2000), alla Galleria Puccini ad Ancona (2001), al Centro Esposizioni d’Arte a Pisa (2001), alla Galleria Bonan a Venezia (2002), all’Istituto di Cultura “Casa Cini” a Ferrara (2002), alla Galleria del Candelaio a Firenze (2003), al Kantiere d’Arte “Il Centauro” a Bari (2003), al Chiostro Monumentale di S.Francesco a Treviso (2004), agli Antichi Forni a Macerata (2005), alla Galleria “La Pigna” a Roma (2006), al Castello di San Zeno a Montagnana (PD) (2007), a Casa Dante Alighieri a Firenze (2008), al Museo Civico Umberto Mastroianni a Marino (RM) (2008), all’Atelier Chagall a Milano (2009), al Fukuoka Art Museum a Fukuoka (Giappone, 2011), alla Galleria Zamhenof a Milano (2011), a Palazzo Zenobio a Venezia (2012), alla Galleria “Emmediarte” a Milano (2012), al Palazzo del Bargello a Gubbio (2013), alla Galleria “Arianna Sartori” a Mantova (2014), alla “Galleria 20” a Torino (2014), alla Galleria “Espace Kameleon” a Parigi (2014), alla Galleria “Farini Concept” a Bologna (2015), alla Galleria “Ara Arte” a Madrid (2015), alla “The Framers Gallery” a Londra (2015). Ha inoltre esposto negli Emirati Arabi, negli USA, in Slovenia, in Croazia, in Austria,  in Germania, in Finlandia, in Belgio, a Malta, in Olanda, in Romania. Sue opere sono custodite in importanti collezioni pubbliche e private.  

Foto allestimento

Foto vernissage

ROSA SPINA, Trame alchemiche. Dal 12 al 18 nov. 2015

Nota critica introduttiva: Rosa Spina, Penelope contemporanea

L’arte di Rosa Spina incarna il mito di Penelope. In tutta la sua ambiguità archetipica: Penelope che tesse la tela, e Penelope che la disfa. Non è un caso, credo, che l’artista sia nata in una terra che un tempo avremmo chiamato Magna Grecia. E non è un caso, per altro verso, che sia della stessa città di Mimmo Rotella (di cui Rosa Spina è stata amica e allieva). In fondo la chiave per interpretare questa artista è tutta qui, compresa tra questi due estremi: il retaggio classico e l’arte contemporanea; l’arte antica della tessitura e il gesto contemporaneo del dècollage. Una mano che tesse, l’altra che strappa.

Il ricordo e la rimozione. L’artista di Catanzaro ha definito la sua arte dèfilage, riassumendo così, brillantemente, in una sola parola, l’ambivalenza della sua azione artistica e, con la stessa semplice parola, rendendo omaggio ai suoi ideali maestri: gli antichi tessitori ellenici e il campione italiano del Nouveau Realisme. Ma è a Penelope che dobbiamo tornare, se vogliamo intuire qualcosa dell’arte di Rosa Spina. Alla straordinaria modernità di Penelope. Proviamo a pensare a Penelope, a questa figura del mito, come se fosse un’artista contemporanea. Penelope è una performer! Penelope è la prima performer della storia dell’arte. Il senso del suo fare non risiede nell’opera compiuta, ma nell’azione stessa del fare, nel momento stesso del fare. La sua azione contiene in sè il seme della negazione. Ella dice e contraddice al tempo stesso. E vive grazie alla sua azione ambivalente in un tempo sospeso. Nel tempo circolare di un eterno ritorno. Un eterno presente, in cui passato e futuro diventano un gioco, l’ombra di un sogno, un film in bianco e nero visto alla tivù. Tutto ciò non sembra estremamente post-moderno, contemporaneo? Arcaico-contemporaneo, per la precisione. Di tutto questo ci parlano, in silenzio, le tessiture sfilacciate di Rosa Spina appese nel vuoto, su reti al soffitto, sospese in un tempo senza tempo...

Virgilio Patarini 

(da “La materia è il colore”, a cura di V. Patarini e P. Levi,  ed. Giorgio Mondadori, 2010)

 

Nota biografica

Rosa Spina fin da giovane manifesta la sua tendenza artistica ed esercita il ruolo di docente di “Discipline pittoriche” presso il Liceo Artistico Statale di Catanzaro. Oltre all'insegnamento si dedica alla pittura come attività personale e alterna il lavoro tra lo Studio d’Arte di Catanzaro e quello di Cividale del Friuli. Intorno agli anni '60 negli Stati Uniti si diffonde un nuovo modo di fare arte, la “Fiber Art”, modalità alla quale Rosa Spina aderisce dal 1964, implementando la tecnica del “Dèfilage”. La sua ricerca è pervasa dalla cultura della storia della Magna Grecia e all’Arte Bizantina. Mimmo Rotella è il personaggio chiave della sua evoluzione artistica; è il mentore fondamentale che la guida nell'intraprendere il cammino verso orizzonti più ampi dell'arte. (Evidenti i rapporti diretti tra il “Decollage” di Rotella e il “Dèfilage” di Rosa Spina). Rotella l'aiuta a intraprendere un percorso innovativo, che apre le porte ad una nuova interpretazione dell’opera, più essenziale, più pura, esente dai preconcetti accademici. È supportata dalla critica favorevole del critico Pierre Restany che apprezza il suo lavoro e la stimola a proseguire nella sperimentazione “Pittura de-tessitura”con essenzialità stilistica e simbolica. Grazie all'invito del critico Restany, le sue opere approdano alla Galleria di “Zita Vismara” in Via Brera a Milano. La ricerca della Spina la porta poi a lavorare alle “Soft Sculture” con l’uso di reti metalliche su cui avviluppa il dèfilage, collocandolo in uno spazio tridimensionale. Ultima ricerca “Le Strutture Specchianti” , luminose presenze dove è evidente la sintesi e la ricerca di luce e di nuove visioni con capacità di rielaborazione della realtà circostante esprimendosi con sintesi e minimalismo. Rosa Spina inizia ad esporre fin dalla giovanissima età, dagli anni '60 in poi. Tra le sue prime mostre personali nei primi anni ’70, ricordiamo quella al Salone delle Esposizioni della Provincia di Catanzaro, a cura di Antonio Falbo. E sempre in quegli anni insieme a Rotella progetta e allestisce la personale presso la “Galleria Mattia Preti” di Catanzaro, a cura di Fhedan Omar. Seguono poi mostre personali a Firenze, Milano. Le opere di Rosa Spina oltrepassano l'oceano e sono ospitate a New York, Chicago, San Paulo in Brasile, Sidney , Muchen, Parigi, Stoccolma, Helsinki, Barcellona , Istanbul, Sharia, Dubai e Hong Kong . Con i critici d’arte Virgilio Patarini e Paolo Levi ha esposto alla Galleria Zamenhof  di Milano, al Castello Estense di Ferrara, al Castello di Carlo V di Lecce e al Castello Malaspina di Massa e poi con Patarini a Venezia, Palazzo Zenobio, Ferrara, Palazzo Racchetta, Piacenza, Complesso Museale Ricci Oddi. Ha partecipato nel 2013 alla 55ma Esposizione Internazionale Biennale di Venezia con il progetto “ Over Play”, approvato da Massimiliano Gioni a cura di Emiliano Bazzanella. E' stata Invitata al Premio “Sulmona 2013” a cura di Vittorio Sgarbi. Ha partecipato a “Expo Milano 2015” con il progetto "Feeding the Planet, Energy for Life, cultural-social vision of italian artists" con quattro opere, la prima a Fabbrica Pensante e dopo ITALY Pavillon MIPAAF, Slovenia Pavillon.

Le sue opere sono in permanenza in enti pubblici e privati, musei e gallerie d'arte. Di lei hanno scritto importanti critici d’arte. E' recensita in numerosi quotidiani, riviste d’arte, cataloghi, editi da Mondadori, Mazzotta, Silvana Editoriale.

 

Hanno scritto di lei (stralci di rassegna critica)

La ricerca artistica di Rosa Spina è giunta a risultati di incisiva forza espressiva. Il suo stile si costruisce su una dialettica tramite la quale coniuga espressione frammiste di pittura e scultura, lasciando alla materia il ruolo sostanziale di protagonista. Le sue opere si muovono sul terreno onirico dell'informale, dove per altro si intersecano tratti riconoscibili, ossia frammenti individuabili di paesaggi. (…) Ma inconfondibile come una firma è l'utilizzo dei filati proposti come momento fondamentale dell'opera. Essi si intrecciano a comporre delicate volute geometriche, correndo in libertà sulla struttura di supporto, movimentandola di significati arcani. (…) Ma questi nessi misteriosi non si svelano mai completamente, lasciando che siano le maglie trasparente della materia a raccontare la loro storia.                      

Paolo Levi  

A fondamento delle sue ricche composizioni aniconiche paragonabili talora agli arazzi rinascimentali vi sono alcuni fondamentali neumi linguistici e strutturali quali la materia, il colore, la trama, e quindi i segni frammentati o in armoniosa gerarchia, il movimento: tutte prerogative della modernità sperimentale. Anziché arrendersi al nuovo modello di civiltà postindustriale l’artista siciliana, in una evidente espansione spaziale, per cui ogni singolo manufatto non è che parcellazione di un universo infinito di fantasmagorica tessitura, vuol rendere apologetica la sua volontà di rapportarsi alle radici, intese anche come valori estetici indispensabili perché l’opera diventi per il fruitore nutrimento dello spirito. Parlavo di espansione spaziale, ma non cristallizzata, bensì in progress, ovvero in perenne esecuzione proprio in ossequio alla memoria della fedele Penelope.

Leo Strozzieri

Foto allestimento

Foto vernissage

KOINè. Dal 21 al 30 gennaio 2016

 

Nota critica introduttiva

Per un linguaggio comune della post-avanguardia

I

Il tempo delle Avanguardie è finito. Si è aperto con l’Impressionismo e si è chiuso con la Transavanguardia. Per oltre un secolo ogni nuova generazione di artisti ha cercato di smarcarsi dalla generazione precedente proponendo una nuova, differente idea di arte contemporanea. Ora tutto questo sembra non funzionare più. Il meccanismo pare inceppato. A partire dal discorso generazionale.

Da molti anni l'articolato progetto espositivo ed editoriale che risponde al nome di “Zamenhof Art” cerca di mettere in luce proprio ciò, presentando, di volta in volta, in contesti diversi e con diversi abbinamenti e articolazioni, una nuova ‘generazione’ di artisti che anziché inseguire il nuovo a tutti i costi, rinnegando il lascito delle generazioni precedenti, cerca piuttosto di definire un linguaggio comune per l’arte contemporanea, una sorta di “koinè”, facendo tesoro delle ‘invenzioni’ delle Avanguardie, attraverso un paziente, complesso, raffinato processo di sintesi e contaminazioni.
E una prova lampante che un certo ‘meccanismo’ sia saltato balena agli occhi di tutti se si sofferma l’attenzione, senza pregiudizi, su di un fatto concreto, tangibile, facilmente riscontrabile: da molti anni ormai si è annullato un qualsiasi significativo ‘scarto generazionale’. Non a caso nel selezionare opere e artisti per questo progetto che in definitiva mira a definire al meglio che cosa si intenda per ‘Post-Avanguardia’ si è dovuto sempre necessariamente prescindere da vincoli generazionali.

Per la prima volta, da oltre un secolo a questa parte, artisti di tre generazioni differenti stanno uno accanto all’altro e parlano (più o meno) la stessa lingua. E ad ascoltarla con attenzione ci suona come una lingua nuova e antica allo stesso tempo: inaudita eppure riconoscibile. Originale ma decifrabile.

II

In anni di sempre più rutilante trasformazione, sotto tutti i profili, l’arte più che mai si deve interrogare su se stessa: sul proprio ruolo, sulla propria funzione, ma anche e soprattutto sul proprio linguaggio. 
(Ammesso che quello dell’arte sia un linguaggio). 
Poiché è proprio attraverso le sue forme, la sua estetica, la sua sintassi, i suoi stili e stilemi, che l’arte può entrare, più o meno, in rapporto con la realtà circostante, con la storia, con la vita degli uomini che la fanno e che ne fruiscono. Un rapporto che può (e forse deve) essere ambivalente: un viaggio di andata e ritorno. 
L’arte deve subire l’influenza della realtà e del suo divenire, ma deve anche, al tempo stesso, influenzarla e influenzarne, in qualche modo, le trasformazioni. O almeno deve provarci. Non solo lavorando sulle idee, e dunque sulla percezione, sull’interpretazione della realtà, ma anche sulla sua progettazione. 
Ma perché questo possa accadere occorre che l’arte contemporanea diventi strumento più forte e più duttile al tempo stesso, da una parte recuperando e rinsaldando le proprie radici e dall’altra aprendosi alla molteplicità delle sue (quasi) infinite possibilità espressive ed altrettanto (quasi) infinite concezioni estetiche attuali. Solo così l’arte può entrare efficacemente in rapporto dialettico con una realtà così articolata, stratificata, sfaccettata e complessa come quella contemporanea.
Nel corso degli ultimi 150 anni il succedersi delle scoperte scientifiche e tecnologiche ha impresso alla storia dei mutamenti vertiginosamente rapidi e radicali. Allo stesso modo negli ultimi 150 anni il succedersi delle invenzioni e delle trasformazioni sul versante artistico, col succedersi inesorabile e travolgente delle Avanguardie, è stato altrettanto vertiginoso. Ed è ovvio che tra le due cose ci sia un rapporto più o meno direttodi causa-effetto, o per lo meno di osmosi o di contagio. 
Ora il mondo in cui oggi viviamo è l’inquieto, stratificato, caotico e contraddittorio risultato di tutte queste trasformazioni. E l’arte che può entrare in rapporto con questo mondo non può che essere un’arte capace di raccogliere e sintetizzare l’inquieta, stratificata, caotica e contraddittoria eredità delle Avanguardie e degli ultimi 150 anni di arte contemporanea. E forse anche oltre, poiché in effetti negli ultimi 150 anni, tra un’Avanguardia e l’altra non sono mancati momenti di “Ritorno all’ordine” in cui si è guardato indietro con occhi nuovi alla tradizione pittorica più antica. E anche questi momenti fanno parte del retaggio della Contemporaneità e hanno contribuito a forgiarne le forme.
E questa è la linea che abbiamo seguito in questi ultimi anni nel selezionare opere ed artisti: opere ed artisti che fossero in grado non solo direcuperare e reinventare il retaggio delle grandi Avanguardie storiche, ma anche e soprattutto di sintetizzare e contaminare stili e linguaggi, trovando punti di contatto inediti e suggestivi.

(V.P.)

Foto allestimento

Foto vernissage

KOINè 2016, Senza soluzione di continuità. Dal 19 al 30 marzo 2016

In mostra quadri e sculture di  Salvatore Alessi, Walter Bernardi, Alberto Besson, Sergio Boldrin, Simona Ciaramicoli, Josue D’Amato, Mario D’Amico, Raffaele De Francesco, Maria Grazia Ferraris,  Luisa Ghezzi, Maria Franca Grisolia, Maristella Laricchia, Fiorella Manzini, Giulia Martino, Franco Maruotti, Domenico Paolo, Giuseppe Piacenza, Sergiu Popescu, Rosanna Pressato, Michele Recluta, Maria Luisa Ritorno, Gabriella Santuari, Elena Schellino, Anna Scopece, Ivo Stazio, Lucio Tarzariol, Lyudmila Vasilieva, Paolo Viola

Comunicato stampa

“KOINÈ 2016” ALLA MUEF ART GALLERY

 

Dopo il successo a Napoli a Castel dell'Ovo e a Milano sui Navigli, approda a Roma il Progetto “Koinè” 

Si inaugura sabato 19 marzo 2016 alle ore 18,30 alla Muef Art Gallery di Roma, via Poliziano, 78b la mostra collettiva di pittura e scultura “Koinè 2016: senza soluzione di continuità –Per un linguaggio comune dell’arte contemporanea”, a cura di Virgilio Patarini con la collaborazione di Roberta Sole e organizzata da Zamenhof Art di Milano.

In esposizione nella vivace galleria romana situata tra il Colosseo e il Teatro Brancaccio, in una traversa di via Merulana, una trentina di lavori di tecniche e stili differenti, tra figurazione e astrazione, al tempo stesso classici e contemporanei.

La mostra proseguirà fino al 30 marzo, tutti i giorni dalle 16 alle 19, chiusura pasquale il 26, 27 e 28 marzo. Ingresso libero. 

La mostra intitolata “Koinè” costituisce un appuntamento fisso ormai da molti anni per Zamenhof Art. Fin dai tempi della Galleria Zamenhof di Milano(2008-2013) era l’occasione per fare il punto della situazione, sia sugli artisti selezionati per la stagione (o su una parte di essi), sia più in generale sullo “stato dell’arte”, presentando una carrellata di opere di autori e stili diversi, affinché dall’accostamento dell’una all’altra opera il fruitore potesse intravvedere coi propri occhi e con la propria capacità di discernimento punti di contatto e similitudini, nell’intento di delineare una sorta di minimi comun denominatori da ipotizzare come base per un “linguaggio comune dell’arte contemporanea”. E così anche quest’anno le opere saranno accostate le une alle altre e come per magia, appunto “senza soluzione di continuità”, si passerà dal figurativo all’informale, all’astratto geometrico.

Ma quest’anno “Koinè” è “senza soluzione di continuità” anche per un altro motivo: perché si è appena concluso -con grande successo di pubblico e di critica- il tour di mostre del Progetto “Koinè” del 2015: l'ultima a Napoli a Castel dell’Ovo è terminata un mese fa, la prima del nuovo ciclo si conclude 4 giorni prima della seconda tappa a Roma. (Terza tappa a Ferrara, alla Galleria del Rivellino all'inizio di giugno)

Per il Progetto 2016, naturalmente, le opere sono tutte nuove, inedite. E nuovi sono anche circa metà degli artisti proposti.

Foto allestimento e vernissage

FRANCO MARUOTTI, Paesaggi del Gargano. Dal 31 marzo al 6 aprile 2016

Comunicato stampa

FRANCO MARUOTTI IN MOSTRA ALLA MUEF ART GALLERY

 

Si inaugura giovedì 31 marzo 2016 alle ore 18,30 alla Muef Art Gallery di Roma, via Poliziano, 78b la mostra personale di pittura di Franco Maruotti intitolata “Paesaggi del Gargano”, a cura di Virgilio Patarini con la collaborazione di Roberta Sole e organizzata da Zamenhof Art di Milano. In esposizione nella dinamica galleria romana situata in una traversa di via Merulana, tra il Colosseo e il Teatro Brancaccio, una trentina di lavori olio su tavola dell’artista pugliese che ritrae scorci del paesaggio della sua terra con spatolate di colore corsive e guizzanti.

La mostra proseguirà fino al 6 maggio, tutti i giorni dalle 16 alle 19, chiuso la domenica e il lunedì. Ingresso libero.

Qui di seguito una breve nota critica di presentazione.

 

Franco Maruotti, “Paesaggi del Gargano”

Appunti di viaggio tra la testa e il cuore

 

Nella pittura di Franco Maruotti i quadri si squadernano allo sguardo del visitatore come appunti di viaggio, ma quello che esplora l’artista pugliese è il paesaggio della sua terra: gli alberi, le colline, gli scorci di mare, gli scogli… e dunque questo viaggio rappresenta anche un continuo ritorno alle origini. Questo esploratore del Gargano, con rapidi e guizzanti schizzi presi durante le sue lunghe passeggiate tra macchie mediterranee, rocce, e scorci marini riflette ogni giorno sul suo rapporto con la sua terra nativa. Ogni roccia della montagna, ogni scoglio sul mare, ogni trabucco nella tempesta o scorcio di paese pugliese racconta dell’uomo e del suo rapporto con le sue origini.

Dello schizzo questi quadri hanno la rapidità del segno: l'affastellarsi delle spatolate di colore ricorda la rapidità di un tratteggio a matita che non indugia sul particolare, ma cerca di cogliere l'essenza di quello che si guarda. Ma poi è evidente che l'aspetto visivo subisce l'effetto deformante della memoria, che mischia il colore con le emozioni e imprime alle spatolate ritmi e intensità incalzanti che scompongono la realtà del paesaggio fino al limite dell'astrazione: le impressioni visive vengono così trasfigurate e gli schizzi di viaggio diventano appunti di un diario tutto intimo e personale. E la visione si fa introspezione, racconto di sé, del turbinare delle proprie emozioni.

Le opere selezionate per questa mostra, come altre volte in passato, ci consentono poi di fare ulteriori considerazioni ed approfondire il discorso passando da un piano formale ad uno più introspettivo, intimo, personale: ad una attenta analisi del gesto pittorico, infatti, noteremo un’oscillazione tra due poli opposti. Da un lato ci sono opere in cui il disegno è netto, i contorni di ciò che viene ritratto sono precisi, decisi e la stesura del colore è (relativamente) uniforme. In queste opere prevale una descrizione, o forse sarebbe meglio dire una contemplazione della realtà lucida e razionale, che mira a circoscrivere ogni singolo elemento e a collocarlo in un ordine generale della composizione, misurato e controllato. Questi quadri soggiacciono ad un approccio alla composizione e conseguentemente alla rappresentazione del mondo che ne consegue che potremmo definire “apollineo”. Viceversa ci sono opere in cui la pennellata è più inquieta, scomposta, i contorni molto meno netti e una cosa sconfina nell’altra in un vortice visivo che appare frutto di un corrispondente e soggiacente vortice emotivo… Il che denota un approccio in questo caso più spiccatamente “dionisiaco”. E nel continuo alternarsi e rovesciarsi di ruoli tra Apollo e Dioniso si gioca in buona sostanza tutta la pittura di Franco Maruotti. Tra la testa e il cuore.

Virgilio Patarini, 2015/2016

Foto allestimento

Foto vernissage

Rosanna Pressato - Elena Schellino, SOUND OF SILENCE. Dal 7 al 14 maggio 2016

NEL SUONO DEL SILENZIO

 

Molte sono le somiglianze e molte anche le differenze tra queste due artiste lombarde. Per dirla con uno slogan chiastico, innanzitutto Rosanna Pressato è una pittrice che danza ed Elena Schellino una danzatrice che dipinge. E non si tratta di una metafora, ma semplicemente della loro storia, a partire dalla loro formazione: la Pressato ha una formazione da pittrice e scenografa e nel tempo è arrivata ad esprimersi attraverso la performance; la Schellino ha una formazione da danzatrice e dalle performance di danza è arrivata alla pittura. In entrambe, evidentemente, il gesto che produce un segno sulla tela è un movimento di danza: più libero e spontaneo nella Pressato, più “disciplinato” nella Schellino; più sacrale nella Schellino, più laico nella Pressato.

Diverso ma in qualche modo complementare è anche, a mio avviso, il loro rapporto col “Silenzio”.

Nella serie di tele che in una mostra precedente abbiamo definito “atti sciamanici” Elena Schellino parte dal bianco della tela, e dunque dal Silenzio, e su questo esegue la sua danza. Viceversa nella serie di quadri detti delle “parole sommerse” Rosanna Pressato parte dalle pagine dei libri, e dunque una fitta trama di parole, di segni e di suoni, e le cancella progressivamente col gesto del dipingerci sopra: muovendo dunque da un vociare indistinto al Silenzio.

Nel caso di entrambe poi, a prima vista le grandi tele dipinte potrebbero sembrare semplicemente dei classici esempi di Action Painting: Pittura Informale-Gestuale. Ma basta restare a guardare per più di due secondi che subito affiora la sensazione (o la percezione) che si tratti anche, o forse soprattutto, di altro. Innanzitutto nel caso della Schellino ci sono forme e figure ricorrenti che affiorano dal Silenzio, dal bianco della tela: cerchi e spirali. E poi la trama dei segni sulla tela è abbastanza precisa e rarefatta, il fondo è la tela bianca, come si diceva, e dunque è facile vedere, percepire, intuire, ricostruire la sequenza dei gesti che ha prodotto quei segni. Anche nel caso della Pressato è relativamente facile ricostruire la fitta trama di gesti che ha prodotto quella ridda di segni, ma per il motivo opposto: per il modo in cui ha cancellato il reticolo uniforme delle parole stampate che fa da sfondo.

Si tratta in entrambi i casi, comunque, per il fruitore, di una percezione non necessariamente conscia: più facilmente è il nostro “corpo” che istintivamente, “mimeticamente”, inconsciamente, intuitivamente “sente” la precisa sequenza di gesti che ha prodotto quella ben definita trama di segni. Se ne decifra non solo il disegno, ma anche la serie di movimenti che lo ha prodotto e in soprattutto in quale ordine. È il nostro corpo che decifra tutto questo e nel decifrarlo, quasi senza rendersene conto, ripete “internamente” quella sequenza di movimenti. Ed ecco che ci rendiamo conto che quei movimenti disegnano, nel caso della Schellino, una danza circolare, a spirale, che ricorda la danza ipnotica dei Dervisci Rotanti, ma anche i gesti di monaci che costruiscono pregando mandala o che pregando scrivono icone. Più liberi e sincopati i gesti e i segni conseguenti della Pressato. Ma in ogni caso di colpo tutto questo si rivela avere valenze che vanno al di là della pittura: valenze sacrali oltre che estetiche. Trascendentali.

Il segno sulla tela rievoca il gesto che lo ha prodotto e quel gesto è una danza sciamanica o laica che attraverso la ripetizione, il cerchio e la spirale oppure attraverso forme più libere e imprevedibili mette in relazione profonda il soggetto e l’oggetto, il dentro e il fuori, l’Uno e il Tutto, l’Uomo e l’Universo… E lo Spettatore di colpo diviene Attore. Colui che guarda diviene colui che ripete inconsciamente la danza che ha prodotto quello che sta guardando. L’Artista si fa Sciamano o Danzatore laico che trascina il Fruitore nella sua danza, in una mistica o semplicemente artistica fusione di testa, corpo, cuore. Nel suono del silenzio.

Virgilio Patarini

ROSANNA PRESSATO

Artista poliedrica ha lavorato e lavora come decoratrice, illustratrice e scenografa. Come pittrice scenografa presso Spazio Scenico (Mazzo di Rho) ha collaborato con Alberto Pizzarelli e Sergio Colliva lavorando per Tv, (Rai Mediaset), teatri ( Teatro alla Scala, Piccolo Teatro, Teatro Svizzero) e per l’Atelier Mendini

Dal 2003 conduce ricerche sul colore, sul rapporto tra musica e pittura . Questa sperimentazione l’ha portata negli ultimi anni a realizzare performance in Italia e all’estero tra musica e pittura e altre forme d’arte come la fotografia, la poesia e il teatro, cercando di creare tra queste un’esperienza sinestetica.

Ha fondato l’Associazione artistico culturale “Tra iride e anima” ed è direttore artistico dell’Atelier Sinestesie – Art Gallery, inaugurato l’11 novembre 2012 in via Dante, 20 a Como, un luogo dove vengono proposti percorsi d’arte figurativa e espressivo/informale in sinestesia con altre arti, e in particolare con la musica. Tra gli ultimissimi eventi performativi ed esposizioni ricordiamo: luglio 2014 Premio Il Segno, segnalazione Premio Lucio Fontana per l’opera più innovativa; Piacenza, dicembre 2014 Arte Fiera Piacenza; Milano, febbraio 2015 Spazi E, E2 e Libero 8 mostra Koinè 2015, poi a Piacenza nel marzo 2015, Complesso Architettonico Museale Ricci Oddi, e a Ferrara nel giugno 2015, Palazzo della Racchetta; poi a Roma, gennaio 2016, Muef Art Gallery e a Napoli, Castel dell’Ovo, febbraio 2016; a Sestri Levante nel  luglio 2015 Cantiere M.A.T. “Mutazioni di un filo"; a Brienno, nell’agosto 2015, Lago di Como mostra personale, evento collaterale del Festival Terra&Acqua di Davide Van De Sfroos.

 

ELENA SCHELLINO

Ricercatrice, viaggiatrice, danzatrice, artista, transpersonal healer  ELENA SCHELLINO nasce a Lecco nel 1971. Diplomata in Teatro Danza presso la Civica Scuola di Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, prosegue gli studi nelle Terapie Espressive conseguendo il diploma di  Danza MovimentoTerapia presso  Art-Therapy Italiana e di Art-Psycotherapyst, GoldSmiths’ College Università di  Londra.  Dal 1996 ha esperienze lavorative di ricerca e di pratica nell’ambito del movimento con bambini e adulti sia in strutture pubbliche che private, in ambito creativo, educativo/preventivo e clinico. Da più di 20 anni segue un cammino personale di ricerca interiore e consapevolezza che la porta ad incontrare e ricevere insegnamenti ed iniziazioni da grandi maestri sia in occidente che in oriente, conseguendo diversi diplomi. Circa quattro anni fa inizia a rendere materia alcuni atti sciamanici utilizzando tele cristalli e colori immergendosi in una nuova forma d'espressione che la sorprende e la travolge ogni volta. Tiene incontri individuali e di gruppo di terapia Espressiva, Meditazione, Traspersonal Healing e Crescita personale a Lecco e Milano le due città dove vive. Tra le principali mostre a cui ha partecipato negli ultimi anni ricordiamo: nel 2011 Arte Accessibile presso la sede del sole 24Ore e l’evento fuori salone del mobile “Merci Beaucoup” allo spazio ex Ansaldo di Milano con “Radice Sonora” due installazioni collettive; nel 2012 partecipa a Palazzo Zenobio, Venezia alla collettiva “La Via Italiana all’Informale: ultime tendenze” a cura di Virgilio Patarini; nel 2014 partecipa a Ferrara Art Festival e al Piacenza Art festival nella collettiva Alma Mater Materia; nel 2015 riceve il Premio Guglielmo II – “Entità culturali a Monreale” e partecipa alle varie mostre del progetto “Koinè 2015”, progetto mostra itinerante tra Milano, Piacenza, Ferrara e Roma, ed espone al Ferrara Art Festival, a  Palazzo della Racchetta di Ferrara  con la mostra personale “Atti Sciamanici” a cura di Virgilio Patarini Nell’ottobre 2015 presenta “ Vibrazioni” una personale allo Spazio Libero 8 sui Navigli a Milano. Nel 2016  Partecipa a Roma alla Muef Gallery e a Castel dell’Ovo a Napoli alla collettiva Koinè – per un linguaggio comune dell’arte contemporanea

Foto allestimento

Foto vernissage